venerdì, Gennaio 21, 2022
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Renato Riposati: Ponti e interfacce per i deboli. La realtà degli educatori professionali

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Le professioni sanitarie possono fare da ponte fra l’individuo e la società, favorendo il recupero dei soggetti più fragili.

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“La figura professionale dell’educatore è stata previsa già nel 1984 dal ministro della Salute del tempo, Costante Degan, all’interno ruoli del Ssn. Un intervento legislativo che servì a regolamentare quelle che allora venivano definite professioni atipiche. Nel 1998 vide la luce il decreto istitutivo del profilo con il decreto 520 del 1998”.

A raccontare la realtà degli Educatori professionali nel Servizio sanitario nazionale è Renato Riposati presidente della Cda Educatori professionali della Federazione nazionale degli Ordini delle professioni sanitarie. Anche lui tra i protagonisti del congresso di Rimini.

Il nostro profilo professionale – racconta – così come gli altri istitutivi delle professioni sanitarie, definiva i destinatari dei servizi e gli ambiti in cui questo professionista poteva essere utilizzato. Occupava già gli organici nel Ssn ma era collocato all’interno dei profili socio-sanitari e socio-assistenziali ed educativi previsti nelle singole regioni”.

Al tempo mancava insomma una collocazione unitaria e omogenea nell’area delle attività assistenziali del Servizio sanitario nazionale. Ma chi è l’educatore professionale? Un professionista sociale e sanitario che promuove, organizza, progetta e coordina le azioni finalizzate al recupero e consolidamento di quegli aspetti che riguardano situazioni potenziali di vulnerabilità, ovunque queste si manifestino, all’interno dei servizi di Salute mentale, nell’area delle disabilità, delle attività per i minori, nei servizi di accompagnamento all’autonomia e per quanto riguarda l’inclusione nelle scuole e a favore della terza età.

L’EDUCATORE PROFESSIONALE
Organizza e gestisce progetti e servizi educativi e riabilitativi all’interno dei servizi sanitari o all’interno di servizi socio-educativi, destinati a persone in difficoltà: minori, tossicodipendenti, alcolisti, carcerati, disabili, pazienti psichiatrici e anziani. Lavora in équipe multidisciplinari, stimola i gruppi e le singole persone a perseguire l’obiettivo di reinserimento sociale definendo interventi educativi, assistenziali e sanitari rispondenti ai bisogni individuali attraverso lo sviluppo dell’autonomia, delle potenzialità individuali e dei rapporti sociali con l’ambiente esterno.
La recente Legge di Bilancio 2018 introduce una distinzione tra l’educatore professionale socio-sanitario che può operare sia all’interno di strutture sanitarie, sia in cooperative e comunità, e l’educatore professionale socio-pedagogico che lavora all’interno dei servizi educativi e sociali di organizzazioni pubbliche e del Terzo Settore.

“Nell’emergenza pandemica – continua Riposati – tutti i colleghi hanno continuato ad operare, ovviamente adottando tutti i sistemi di protezione, sia individuali che collettivi, per la protezione di luoghi e persone. Ove questo non sia stato possibile hanno utilizzato i mezzi che la tecnologia strumentale consentiva per mantenere le funzioni di sostegno, anche a distanza”.

Effettuazione dei tamponi, vaccinazioni, accesso alle cure domiciliari per tutti quei soggetti che non potevano più recarsi nei luoghi di cura, gli ambiti in cui gli Educatori sono stati cooptati dalle equipe multidisciplinari territoriali.
In molti casi siamo stati chiamati a contribuire per sostenere lo sforzo organizzativo messo in campo dalle istituzioni e per gli accessi alle strutture”.

C’è un intero mondo, dietro il lavoro dei professionisti Educatori professionali: basta pensare ai servizi di Salute mentale che hanno al proprio interno sia un centro diurno sia i poliambulatori. In alcune regioni i centri di di Salute mentale sono stati integrati con strutture a forte vocazione psicosociale. “Ciò, durante la pandemia, ha permesso che l’accesso alle cure, opportunamente contingentate in relazione agli spazi a disposizione e al rapporti tra questi e il numero dei cittadini in carico, continuasse senza soluzione di continuità. Cure che non si sono interrotte mai.
Ovviamente redistribuire nell’arco della giornata e della settimana le nostre attività, e quelle dei servizi, ha richiesto un notevole sforzo organizzativo, stabilendo delle priorità per gli accessi stessi. Per le situazioni meno urgenti, o con livelli di acuzie minori, si è provveduto a un monitoraggio quotidiano e telefonico e ad accessi domiciliari che, per il centro psicosociale o per il dipartimento di Salute mentale, non si sono mai interrotti. La presa in carico dei cittadini non è mai venuta meno. E di questo siamo orgogliosi”.

Link video
https://youtu.be/g5OIb9iN_II

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