martedì, Agosto 16, 2022
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Professioni sanitarie, professione intellettuale o tecnica?

*Di Calogero Spada

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Scorrendo il programma del Forum risk management promosso ad Arezzo dalla Fno Tsrm Pstrp, recentemente conclusosi nella cittadina toscana, si identificano appuntamenti di alto valore dottrinale. «Le professioni sanitarie protagoniste del cambiamento del sistema sanitario»; «Condividere i valori della costituzione etica per supportare la fragilità e la vulnerabilità»; «Innovazioni nella gestione del rischio nel territorio, nuove proposte e strategie per il futuro».
Argomenti in opportuna assonanza con i temi sviluppati nel 2° Congresso nazionale FNO TSRM e PSTRP dello scorso novembre, ad esempio:
«Profili di cura interdisciplinari di teleriabilitazione e teleassistenza»; «Cost-effectiviness (proposte di costo efficacia per i nuovi bisogni del servizio sanitario)»; «Oltre la pandemia, esperienze di resilienza per il nostro Servizio sanitario nazionale».
Materie che associano uniformemente i profili di tutte le professioni sanitarie e che confermano l’evoluzione culturale da sempre in atto, idonea anche ad ottemperare ed integrare quanto sviluppato dalla legge 42 del 1999, nel merito dei “campi di azione e responsabilità” dei professionisti “non medici”.

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LA QUESTIONE IDENTITATIA
Ciò che però rimane quale “indelebile solco” tra i non medici ed i medici – individualità che comunque condividono i medesimi temi di mission e vision professionale – è una questione identitaria, che però si riflette nello stato giuridico, e soprattutto amministrativo.
I medici sono stabilmente inquadrati nello status di “professione intellettuale e scientifica” che, ad alcune professioni, come ad esempio ai Tsrm, è stata riconosciuta anche in ambito Europeo [1]. Una conquista un po’ beffarda, visti i grossi problemi giuridici che questi professionisti hanno proprio in tema di autonomia professionale.
Quindi generalmente e di fatto i non medici risultano soltanto “assimilabili” allo status delle “Professioni tecniche intermedie”: a confermarlo il rilevamento che il già basso stipendio (se confrontato con quelli Europei) dell’infermiere, al pari di quelli dei suoi colleghi (mediamente 1500 €) abbia anche perso potere d’acquisto [2].

GLI STIPENDI
Pertanto, uno stipendio di base adeguato e la possibilità di ulteriormente integrare detto stipendio con l’attività libero-professionale (pragmaticamente: soldi + soldi) costituiscono le differenze sostanziali tra medici e non medici, che ancora consegnano un mancato riconoscimento effettivo al salto di qualità culturale che, stando alle evidenze cui sopra, non si può più non riconoscere alle professioni non mediche.
Una autorità nazionale che, istituendo la creazione universitaria di una classe di professionisti intellettuali, di fatto non garantisca alla stessa una dignitosa e congrua remunerazione, dovrebbe quanto meno restituire le tasse universitarie di studio sostenute e chiudere definitivamente detti corsi di studi. In alternativa dovrebbe seriamente pensare – ed indipendentemente dalle varie contingenze in atto, perché stiamo parlando dei professionisti della Salute – a quali metodi di economia e finanza ricorrere pur di rendere giustizia a professionisti che si sono formati con un percorso di studi universitario del tutto equivalente a quello degli altri professionisti laureati (medici inclusi), ma che al momento attendono a stipendi in alcuni casi anche inferiori a quelli (senza alcuna offesa) di coloro che non hanno investito nelle loro personali risorse intellettuali ma che probabilmente sono adeguatamente ricompensati per attività di diversa expertise.

IL DOVUTO RICONOSCIMENTO
Certamente il mancato coronamento di un dovuto riconoscimento vede il concorso di più soggetti non sempre identificabili con il livello istituzionale, anche perché quel livello altro non è che la rappresentazione – vera, falsa o variamente coartata – del livello “sottostante” che sostiene con il proprio consenso proprio quel livello istituzionale, pure frequentemente additato quale inadempiente; un trade-off di difficile se non impossibile soluzione.
È quindi evidente che fin tanto che non saranno proprio dette istituzioni (Ministeri della Salute, dell’Università e della Ricerca, dell’Economia e delle Finanze, Ordini professionali ed Associazioni sindacali) a farsi coscienziosamente carico di detta questione, la stessa resterà negata, e quindi irrisolta. Dall’altra parte però va detto che, come sempre più frequentemente accade in un’Italia sempre più irrazionale, negazionista e … più povera [3], sussista anche una certa “timidezza” da parte degli interessati: questi andrebbero esortati a pensare che un equo e commisurato riconoscimento amministrativo non deve suonare verso come un illecito sorpasso o come una indebita pretesa; uscire dalla logica delle professioni tecniche è per i professionisti sanitari non medici anche un impegno a modificare ulteriormente la propria forma mentis ed imparare a pensare da professionisti intellettuali.

I TITILI DI STUDIO
Il riconoscimento dei titoli di studio è una condizione essenziale per il funzionamento del mercato comune ed inoltre essi sono ritenuti a tutti gli effetti patrimonio culturale dell’umanità; pertanto andrebbe conferito loro anche il giusto potere d’acquisto sociale per condurre una vita dignitosa ed entusiasmata, che valga la pena di impegnare anche per conquistare nuove vette nel campo del sapere.
E per potersi tranquillamente permettere di partecipare agli eventi annuali formativo-partecipativi senza dovervi impegnare una rata del mutuo di casa.

_________________

[1] http://www.quotidianosanita.it/lavoro-e-professioni/articolo.php?articolo_id=61929;
[2] https://infermieriattivi.it/leggi-e-normative/5455-lo-stipendio-dell-infermiere-ha-perso-potere-d-acquisto- cosa-fare.html;
[3] https://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/Censis-Dubbi-paure-inquietudine-e-poverta-ecco-Italia-in- pandemia-763facf5-c1d2-4b5e-8500-789ff5212642.html.

*Tsrm
dottore magistrale

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