venerdì, Gennaio 21, 2022
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Omicron: la variante sud africana. Una svolta che potrebbe essere vantaggiosa

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L’evoluzione di un virus, parassita endocellulare obbligato, si fa attraverso la genetica delle popolazioni, le caratteristiche del virus e la selezione dei caratteri dominanti più vantaggiosi per la replicazione e la perpetuazione della specie in un gioco di specchi e di “guerra” che dura dalla notte dei tempi. Il virus del Morbillo, un Virus a Rna, fa risalire la sua origine al VI secolo avanti Cristo: è in questo secolo che il morbillo si sarebbe separato dal virus della peste bovina. Ben 1.400 anni prima di quanto ipotizzato finora. Un virus molto stabile che non è mutato troppo e per questo i vaccini funzionano nel tempo.
Quella di Sars-Cov-2, invece, un Beta coronavirus cugino del nostro comune raffreddore, è una storia fatta di figli, cugini, zii, nipoti e pronipoti: una famiglia ormai estesa, con capostipiti, progenie, discendenti, ascendenti e sopratutto rami. Alcuni già estinti e altri emergenti che compongono un albero genealogico in continua evoluzione. Tanto che l’originaria prima versione apparsa a Whuan alla fine del 2019 sembra preistoria. Da allora di varianti, Sars-Cov-2 ne ha già prodotte decine in una folle corsa a chi è più bravo a infettare e replicarsi. Il primo salto evolutivo il virus lo ha compiuto con il passaggio in Europa nei primi mesi del 2020, anno primo della pandemia. Alcune mutazioni bastavano a quel tempo per dargli connotati diversi più performanti. Ma è alla fine dello scorso anno che si è guadagnato sul campo un nuovo nome. Scegliendo l’Inghilterra come patria iniziò l’ascesa esponenziale di casi: ecco la variante ribattezzata “Alpha” da quando si decise che l’uso dell’alfabeto greco era politicamente più corretto. La ‘variante Alpha dunque (B.1.1.7) è stata isolata per la prima volta nel settembre 2020 in Gran Bretagna, mentre in Europa il primo caso rilevato risale al 9 novembre 2020. In Italia è sbarcata a fine dicembre del 2020 quando si rincorrevano gli allarmi per la sua maggiore contagiosità e la capacità, si disse, di infettare con maggiore efficienza i giovani e i bambini. In pochi mesi conquistò il mondo.

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I CEPPI
“Al suo fianco sono scese la variante sudafricana o Beta (B.1.351) – spiega Massimo Zollo, genetista del Ceinge di Napoli, ordinario di Genetica umana all’Università Federico II e responsabile della Task force Covid-19 della Regione Campania – isolata per la prima volta nell’ottobre 2020 in Sud Africa, mentre in Europa il primo caso rilevato risale al 28 dicembre 2020 e la brasiliana o Gamma (P.1) isolata per la prima volta nel gennaio 2021 in Brasile e Giappone. Infine è stata la variante indiana o Delta (B.1.617.2), individuata nel dicembre 2020 in India a spopolare in mezzo mondo dopo aver quasi del tutto soppiantato le altre per una capacità di diffusione di circa dieci volte maggiore della originaria cinese e del doppio di quella inglese”.
Tutte performance acquisite con delle mutazioni nella proteina chiave Spike. Poche, solo 4 nella Delta ma sufficienti a dare una spinta al genoma virale a diffondersi e correre più velocemente. Nella stessa posizione di legame con il recettore Ace 2 Omicron di notazioni ne ha 16 e ne assomma 32 sia sul resto della Spike sia in altre zone implicate nel riconoscimento del sistema immunitario. “Di varianti ce ne sono centinaia – conclude Zollo – conservate nella banca mondiale Gisaid – ma solo alcune sono di interesse e pochissime quelle di preoccupazione come le quattro che ho elencato”. Nella banca mondiale dei ceppi di Covid-19 c’è n’è anche una che parla napoletano: versione ottenuta per la prima volta in Campania, al Ceinge. Tra queste quattro, tuttavia, solo la Delta, negli ultimi mesi, ha destato ulteriori preoccupazioni relegando in nicchie ecologiche tutte le altre spingendo alcune all’estinzione e accrescendo la propria capacità di diffusone con ulteriori versioni “plus” ancora più contagiose intraviste nelle ultime settimane anche in Italia.

LE DOMINANTI
Al momento infatti sono dunque quattro le varianti che l’Ecdc ha definito Variants of concern (Voc) considerate più pericolose. In tutti i casi il virus presenta delle mutazioni sulla cosiddetta proteina spike, che è quella con cui il virus si attacca alla cellula. Queste varianti hanno dato prova di una maggiore trasmissibilità rispetto al virus originale, mentre per quanto riguarda l’impatto sull’efficacia delle vaccinazioni i primi studi affermano che il ciclo completo dei quattro vaccini già approvati rimane protettivo nei confronti di tutte le Voc compreso le sottovarianti plus di Delta. La Kappa e Lamda, invece, individuate in sud America e in California, sempre a fine 2020, non destano particolare preoccupazione.
A rompere gli schemi di una storia che sembrava avviarsi verso una certa stabilità pur nella girandola di variazioni è arrivata ora “omicron” che preoccupa a causa del gran numero di mutazioni che ha nella zona di aggancio della proteina Spike, nell’intera proteina e anche in altre zone sensibili del genoma virale che possono giocare ruoli chiave nel legame di ACE2 e nel riconoscimento degli anticorpi. Tanto da configurare quasi un altro virus.Ma i segnali che arrivano dai contagiati vaccinati sono già rassicuranti. Questa nuova variante del virus sebbene molto mutata tanto da configurare quasi un nuovo virus se diventasse dominante sulla Delta ma al contempo limitasse le conseguenze della sua infezione, diventerebbe la svolta per una convivenza pacifica con questo nuovo virus affacciato nello scenario infettivologico mondiale solo poco meno di due anni fa. L’obiettivo di un virus che si adatta l’ospite non è quello di uccidere, evento che decreterebbe la sua ingloriosa e precoce fine, ma di perpetuarsi con infezioni sub cliniche, scenario che gli consentirebbe di sopravvivere a se stesso.

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