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Migrazione sanitaria, un nodo irrisolto

Permangono le diseguaglianze tra Nord e Sud

C’è voluto il Covid, nel 2020, nel pieno dei primi lockdown, a tirare il freno ai viaggi di pazienti campani in cerca di migliori cure verso altre regioni del centro nord ma dal 2021 il flusso di malati – e il relativo impegno economico della mobilità sanitaria – è tornato inesorabilmente a crescere. Lo scorso anno il saldo negativo è stato di circa 291 milioni di euro, appena 33 in meno rispetto al 2019. Un valore che da circa venti anni resta il più alto in Italia e che da almeno 10 è stabile, attestato attorno ai 300 milioni di euro. Risorse che la Sanità campana posa ogni anno sul piatto prima della ripartizione della torta nazionale dei finanziamenti alle regioni e che sottraggono investimenti per l’equivalente del budget annuo di un grande ospedale come il Cardarelli che conta mille posti letto. Un regalato alla sanità delle regioni del centro nord che anche così riesce a mantenersi in equilibrio e far quadrare i conti.

Negli ultimi 5 anni, tra il 2017 e il 2021 (dati Agenas) tutte le compagini hanno ridotto il flusso dei viaggi della speranza ma non abbastanza da invertire il dato storico. Dietro la Campania, con il dato peggiore, si piazzano nell’ordine Calabria, Sicilia, Puglia, la Liguria, e poi Abruzzo, Sardegna e Basilicata. Sul versante opposto, tra le regioni tradizionalmente attrattive, è quasi dimezzato l’introito record della Lombardia che nel 2017 sfiorava i 500 milioni di euro. Nel nel 2021 si appaia con l’Emilia Romagna che avanza di misura come il Veneto. In drastico arretramento invece la Toscana che erode, dimezzandolo, il tesoretto di 100 milioni incassati nel 2017. Nel corso del 2021 il valore di tutte le attività assistenziali svolte in mobilità sanitaria è di poco al di sotto dei 2,5 miliardi di euro, in aumento sul 2020.

IL GOVERNO DELLA SALUTE

Quali dunque i correttivi e gli interventi possibili per riequilibrare il dato storico negativo del sud e in particolare della Campania? Enrico Coscioni, presidente Agenas e consigliere per la Sanità del governatore Vincenzo De Luca ha le idee chiare: “La premessa è che i centri attrattori del centro nord sono in massima parte strutture private come l’Humanitas, il San Raffaele, Ieo, San Donato. In Campania strutture di queste dimensioni e complessità mancano. Il privato è demonizzato e le potenzialità per crescere sono penalizzate da un sistema di remunerazione che non incentiva gli investimenti. Di contro, nel settore pubblico i medici più bravi finiscono per generare maggiore attrazione e più lunghe liste di attesa e l’impianto delle norme sull’attività intramoenia e sulla esclusività di rapporto impediscono ai grandi ospedali di funzionare a pieno ritmo. Una riforma per migliorare le performance delle strutture e incentivare i più bravi a restare nel pubblico sarebbe utile e necessaria. Se andiamo a guardare i dati – conclude Coscioni – delle liste di attesa la Campania non ha demeritato, anzi”.

E in effetti nell’area dei tumori maligni per gli interventi eseguiti entro 30 giorni dalla diagnosi la Campania dal 2019 ha migliorato del 7,3 per cento, piazzandosi tra le prime cinque regioni dietro Valle D’Aosta, Abruzzo, Toscana, Lombardia e Sicilia mentre sono arretrate Veneto, Piemonte, Emilia Romagna. Per non parlare delle prestazioni di specialistica ambulatoriale in cui la Campania nel 2020 e 2021 è quella che ha ridotto di meno i volumi si attività nonostante il Covid e anche nel 2022 è tra quelle con migliori preformance.

IL PNRR

Che sviluppi avrà la sanità pubblica della Campania con la spesa prevista dai bandi Pnrr? Quali le sinergie tra pubblico e privato per invertire la rotta della migrazione sanitaria? “Attraverso i progetti Pnrr – spiega Antonio Salvatore responsabile del dipartimento Salute di Anci Campania – sarà ridotta la spesa sanitaria nel privato per circa il 30%, l’obiettivo è garantire un sistema territoriale intermedio che riduca le ospedalizzazioni e i ricoveri nei grandi ospedali al fine di decongestionarli”. “Gli investimenti – aggiunge Stanislao Napolano, presidente dell’associazione italiana cure domiciliari – saranno rivolti a strutture territoriali per migliorare le cure di prossimità. La “Carta di Matera” che contiene il documento per potenziare distretti e cure a casa condivisa da molte regioni, sono una proposta realizzabile per correggere la rotta della centralità dell’ospedale e ridurre il gap tra Nord e Sud. Le Case della Salute e gli Ospedali di comunità potranno però funzionare solo con investimenti sul personale. Le cure a casa sono la carta vincente per la sostenibilità del Ssn”.

Dal 2011 al 2018, gli anni del commissariamento, la Campania ha speso quasi 2,5 miliardi per la migrazione dei propri ammalati e ricevuto circa 40 euro in meno per ogni cittadino rispetto alla media nazionale. Moltiplicato per i circa sei milioni di abitanti fanno circa 300milioni di euro in meno. Dal 2023 di questi 220 saranno recuperati. Tutti da impiegare per recuperare i 300 spesi dai viaggi per cure fuori dai confini regionali.

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