sabato, Gennaio 22, 2022
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La testimonianza: “Io tecnico di radiologia: in trincea nell’epicentro della pandemia”

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Luigi Peroni è un Tsrm, lavora a Brescia dove ricopre il ruolo di Presidente dell’Ordine delle professioni sanitarie Tsrm Pstrp. La città epicentro della prima drammatica ondata della pandemia in Italia. Un testimone oculare di quanto è accaduto. Una testimonianza lucida, diretta, tagliente ed essenziale, per capire la professione e per respirare lo spirito di un’epoca che sarà ricordata e studiata sui libri di scuola.

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“Lavoro nell’Asst Ospedali civili di Brescia – racconta dopo essersi seduto alla nostra postazione nel Convegno di Rimini – ad oggi, solo a Brescia il Covid ha mietuto 4.500 vittime. Morti che si sono concentrati in un breve lasso di settimane nei primi mesi del 2020. Non so spiegare come sia potuto accadere – spiega – il comprensorio bresciano però è composto da molte aziende e manager che viaggiano, si incontrano si assembrano per lavoro e per relazioni. Nelle mie zone, inoltre, c’è una grande densità abitativa, un alto tasso di inquinamento che credo abbia contato. Il virus circolava da tempo probabilmente come è stato poi dimostrato”.

Febbraio del 2020, Peroni lavora come dirigente dell’area tecnico sanitaria dell’ospedale. Gli arrivano alla spicciolata continue segnalazioni di alcuni colleghi tecnici di radiologia dell’anomalo picco di polmoniti che si osserva nelle aree di accettazione e specialistiche del grande ospedale segnalato da alcuni colleghi. “Un numero elevato, spropositato, mai visto. I colleghi effettuavano le radiografia del torace, poi le Tac. Emergevano queste polmoniti atipiche, interstiziali, bilaterali, devastanti”.
Nel giro di 15 giorni la situazione precipita, al pronto soccorso del più grande ospedale di Brescia dotato di centinaia di posti letto c’è la fila, i servizi di radiologia sono pieni e iniziano ad occuparsi solo di pazienti con la polmonite. “Abbiamo a quel punto deciso di non ricevere più altri malati, di bloccare tutto. L’ospedale li ha tutti trasportati in una struttura esterna e separata realizzata ex novo a tempi da record. La Lavanderia è diventata un’area di degenza, ne abbiamo ricavato 200 posti, tutti riempiti in quattro giorni”.

Un racconto che mette i brividi e che fa pensare ai negazionisti del Covid come a un fallimento cognitivo inspiegabile, una dissonanza profonda che stride e fa a cazzotti con la dura realtà dei fatti raccontati.
“Tre miei colleghi in prima linea si sono ammalati . Qualcuno di essi non c’è più – continua Peroni – io prima di arrivare al lavoro toccavo 13 maniglie, lavoravo dove hanno accesso mille persone. Eppure non l’ho preso. La specificità genetica di ciascuno di noi detta legge e fa la differenza. La suscettibilità è probabilmente individuale. All’inizio non si sapeva nulla. I livelli di protezione erano bassi, i dispositivi di protezione minimi. Mi è andata bene. Da quel giorno di febbraio non più avuto un orario normale di servizio. Ero in ospedale giorno e notte, da dirigente dell’area dovevo tastare il polso dall’evoluzione sanitaria della pandemia. La Radiologia fu montata in un’area esterna all’ospedale, nella tensostruttura. Facevamo, 20-30-40 esami del torace al giorno, fino a 200 radiografie nelle 24 ore. Era una progressione impressionante, inimmaginabile. Dododiché i tecnici di laboratorio venivano tutti sottoposti a tamponi. Si lavorava letteralmente giorno e motte, domenica compresa. Dopo di noi c’erano i i fisioterapisti nelle rianimazioni, poi i dietisti a creare delle nuove diete liquide per chi non poteva alimentarsi. Le professioni sanitarie sono state protagoniste della pandemia ma nessuno ma ha parlato. In trincea come i medici e gli infermieri. Avevamo due rianimazioni piene e ne abbiamo aperta una terza Covid sottraendola alla Cardiochirurgia aiutati dai tecnici perfusionisti. Cosa mi ha lasciato in eredità tutto questo? L’idea che saper lavorare in equipe è fondamentale e l’importanza della trasversalità delle competenze tra una professione e l’altra.

Per cinque mesi non sono più andato a casa, non ho più visto la mia famiglia. La risposta della città è stata straordinaria anche dal punto di vista sociale. Tutti i proprietari degli Hotel hanno messo a disposizione gratuitamente strutture e personale per garantire alloggio ai sanitari ed evitare il contagio in famiglia. Ho un ricordo indelebile: a Pasqua l’immagine in una videochiamata in cui mia moglie pranza da sola. Restare in ospedale con i miei colleghi un dovere e una consegna inderogabile. Ho dovuto nominare una collega tecnica laboratorio coordinatrice dell’obitorio. Il mio ospedale, un gigante da 6.600 dipendenti e 1.500 posti letto con tre rianimazioni, era in ginocchio. Ne morivano 4 o 5 alla settimana, 60 morti in 15 giorni. Non sapevamo più dove metterli. La chiesetta era piena ma abbiamo sempre garantito la dignità delle salme, mai messi per terra. Sempre rialzati , poggiati, ma sono morti da soli con il solo conforto degli sguardi dei sanitari.
Ne ha anche per i No vax: “Sono stato costretto a sospendere 140 persone a Brescia nel nostro Ordine ad oggi. Tutti a casa senza stipendio, ho ricevuto molte minacce. Su 6 mila iscritti comunque una minoranza. Sono pazzi”. Dovrebbero fare una visita all’interno di un ospedale Covid, viverci per qualche giorno, assistere e curare, guardare negli occhi un malato che si addormenta per essere intubato e che non sa se ne uscirà. Toccare con mano la sofferenza e l’umanità negata dal virus e dalla malattia. Ma questo non è possibile: credo che la risposta sia solo nei freddi numeri della pandemia senza vaccino e della storia che stiamo scrivendo oggi quando pur tra mille difficoltà siamo messi in una condizione migliore. I numeri dei morti che questa città ha avuto sono un tributo drammatico. C’è chi ha perso entrambi i genitori. Non mi dà pace il primato negativo della mia città. Il 23 di marzo di un anno fa morì di Covid il primo collega: un educatore. E’ l’emblema del sacrificio che abbiamo pagato alla pandemia”.

Luigi Peroni è stato insignito dell’onorificenza di Cavaliere della Repubblica: “Il prefetto visto tutto l’impegno che ho profuso e ha indicato una serie di professionisti tra cui me come candidati a ricevere questo riconoscimento.

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