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La scelta di istruire il figlio con disabilità in casa. La scuola si ponga delle domande

Un ragazzo con disturbo dello spettro autistico di 16 anni ha cambiato nel corso di dieci anni di istruzione ben 17 insegnanti di sostegno, alcuni dei quali nemmeno qualificati. Da qui la scelta sofferta della madre di istruirlo in casa.
Quest’ultima attraverso i suoi canali social ha sollevato un problema che nella realtà accomuna molti più studenti con disabilità e famiglie di quanto pensiamo: il diritto all’inclusione scolastica, e quindi sociale, non pienamente garantito.

Ma andiamo con ordine. L’alunno è un ragazzino di Bari di 16 anni con disturbo dello spettro autistico che tramite comunicazione aumentativa ed alternativa (C.A.A) riesce ad interagire col prossimo. La madre, peraltro docente scolastica, ha fatto il possibile in questi anni per seguire e supportare l’istruzione del figlio e la sua partecipazione alla vita scolastica: istruzione e partecipazione che durante le elementari erano garantite da insegnanti che, seppur diversi di anno in anno, mostravano impegno e soprattutto competenze.

A partire dalle medie quella che comunque resta una criticità, è diventata vera e propria fonte di disagio: non solo insegnanti diversi ma la maggior parte di essi non adeguatamente formati per affiancare il giovane studente.
Qualche settimana fa quindi, sdegnata da una situazione scolastica che non andava migliorando, la madre ha reso noto attraverso i social la scelta di ritirare il figlio dalla scuola, e proseguire tra le mura di casa la sua istruzione.
Un disagio che invece di ridursi, attraverso l’adozione di soluzioni che favorissero la continuità scolastica e l’inclusione sociale, è andato invece via via crescendo divenendo una barriera all’istruzione e alla socializzazione per il figlio.

Il “sostegno” in questa fattispecie è venuto meno dalle basi, ovvero dalla comunicazione con il ragazzino: gli insegnanti che lo hanno affiancato dopo il ciclo delle elementari, non erano formati sulla C.A.A, il che ha precluso non solo gli apprendimenti ma anche la sua partecipazione nel contesto scolastico, laddove avrebbe dovuto sperimentarsi come comunicatore efficace, laddove ci sono relazioni con i coetanei ed esperienze di condivisione.

Al Corriere della Sera, la dirigente dell’Ufficio scolastico regionale Puglia per la provincia di Bari, Giuseppina Lotito, consapevole della forte criticità, ha affermato che “Vorremmo che tutti i docenti di sostegno fossero esperti. Man mano l’amministrazione centrale sta migliorando questo rapporto tra non specializzati e specializzati. Quest’anno sono entrati in Puglia 500 specializzati, certamente pochi ma stiamo migliorando”.
Da sottolineare che tale criticità purtroppo investe l’intero territorio nazionale.

Come si legge dal sito del Ministero dell’istruzione, la Legge 104/92 ha lo scopo di riconoscere e tutelare la partecipazione alla vita sociale dei soggetti con disabilità, a partire dai luoghi per loro fondamentali, tra cui ovviamente la scuola. Da giorni il figlio della signora Maria Grazia studia da casa ma è bene che il sistema scolastico si attivi per prevenire quello che rischia di essere un fenomeno non isolato.
La stessa ha giustamente ribadito che “la scuola ha bisogno di professionalità formate e non di chi sceglie l’insegnamento come ripiego”. Occorre pertanto che il sistema- scuola, attraverso anche le giuste e opportune collaborazioni, lavori alla risoluzione di un problema che potrebbe seriamente limitare l’inclusione e la continuità scolastica di questi nostri studenti, di questo nostro importante patrimonio sociale.

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