domenica, Dicembre 5, 2021
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Inquinamento ambientale e Covid: Italia a rischio denatalità

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Inquinamento ambientale e Covid sono due elementi che rendono ancora più acuta la denatalità livello planetario (anche in Africa e nei paesi in via di sviluppo). E zone come Napoli e il suo hinterland, martoriate dagli Ipa (Idrocarburi policiclici aromatici) legati alle combustioni e ai fumi di Terra dei fuochi, sono accomunati, per riduzione della fertilità, a quelle di Brescia (dove invece prevalgono i Pcb, i policlorobifenili da versamenti abusivi) o ai metalli pesanti della sona dell’Ilva di Taranto. Sono queste le conclusioni presentate ieri a Napoli da Luigi Montano, andrologo napoletano e presidente della Siru (Società scientifica per la riproduzione umana).

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“Entro il 2025 le previsioni sono catastrofiche sulla natalità – avverte – non c’è consapevolezza del problema che ormai riguarda anche i giovani. L’unica regione ad aver finora tentato di legiferare per la salvaguardia della salute riproduttiva è il Lazio ma poi la legge non è andata avanti. La Campania è tra le più colpite in Italia e si salvano solo le zone rurali poco inquinate”.

Intanto l’emergenza Covid si ripercuote sulle tecniche di fertilizzazione in vitro. Più di 5mila bambini non sono nati per ritardi sui trattamenti procreazione mediamente assistita.. La fertilità ritorni al centro di agenda politica. Si accelera su Linee guida e Livelli di assistenza.
In un Paese dove già la natalità è tra le più basse al mondo, la pandemia ha inferto un altro duro colpo: il ritardo o il mancato ricorso delle coppie ai percorsi di riproduzione medicalmente assistita ha ridotto ulteriormente le nascite, già a livelli minimi da decenni, di un ulteriore 5mila bambini l’anno, cifra che si somma al cronico calo delle nascite (- 30% in 12 anni, Rapporto Istat) da coppie fertili. In più, gli ostacoli alla gestione delle nuove diagnosi di infertilità e di numerose patologie, come l’endometriosi, avranno conseguenze sulla salute riproduttiva nel medio e lungo periodo. È ‘allarme fertilità quindi, come effetto collaterale della pandemia lanciato dagli esperti della Società italiana di Riproduzione umana (Siru) che dal 13 al 16 ottobre sono a Napoli in occasione del 4° Congresso Nazionale. Una quattro giorni di confronto tra ginecologi, andrologi, biologi, embriologi, psicologi, ostetrici e altri operatori dedicati interamente alle nuove Linee Guida in Pma. La proposta di nuove Linee guida è stata redatta dalla Siru con rigoroso metodo scientifico e adattando le Nice inglesi alla realtà italiana, con la collaborazione della Fondazione Gimbe ed è in attesa di valutazione dal Ministero della Salute. «In Italia non abbiamo mai avuto Linee guida cliniche – spiega Antonino Guglielmino, ginecologo e Presidente della Siru– e ciò ha influito sulla individuazione delle buone pratiche legate alle evidenze scientifiche.

In un Paese nel quale 1 persona su 6 ha problemi ad avere figli, cioè circa il 15% delle coppie infertili, con dati in costante aumento la Pma garantisce oltre il 3% di nascite ogni anno ponendosi come un vero e proprio ‘booster’ per facilitare le nascite. “Se per contrastare il Covid abbiamo cercato armi nuove, contro l’infertilità abbiamo già le nostre armi: approvazione delle Linee Guida cliniche e applicazione concreta dei Livelli Essenziali di Assistenza, rimettiamo la fertilità al centro dell’agenda politica” aggiunge Luigi Montano, presidente area andrologica Siru.

“Accelerare il processo di approvazione della Linee Guida cliniche sulla Pma – conclude Paola Viganò, Presidente dell’area biologica – consentirà di ridurre i tempi di presa in carico di coppie infertili, di individuare eventuali patologie che ostacolano la fertilità e di garantire sicurezza e appropriatezza delle cure in maniera omogenea da Nord a Sud. Con le nuove Linee Guida per la Pma sarà possibile finalmente delineare anche i percorsi diagnostici terapeutici omogenei per ridurre i tempi di diagnosi e di cura della infertilità” – conclude Viganò.

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