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Sanità 4.0 il contributo delle Professioni Sanitarie

Il sistema sanitario nazionale deve trovare soluzioni ad una disequazione in cui da una parte della relazione matematica la popolazione anziana cresce, aumentano i bisogni e la domanda di cura, soprattutto quella relativa alle patologie croniche, dall’altra parte, la spesa sanitaria, pari a circa l’8,9% del PIL, è sotto la media europea. La recente esperienza pandemica, da un lato, ha sottolineato drammaticamente tutto questo, portando in primo piano lacune, ritardi e fragilità del nostro sistema sociosanitario, in particolare in termini di mancanza di risorse umane e finanziarie e di scarsa integrazione tra servizi ospedalieri e servizi sul territorio; dall’altro, ha rappresentato anche un’occasione unica di spinta al rinnovamento, costringendo professionisti e utenti dei servizi a ricorrere all’uso quotidiano di molti strumenti tecnologici, ma anche i decisori politici a puntare l’attenzione, e quindi anche lo stanziamento di risorse, sull’urgenza di una di trasformazione digitale della sanità.

La Sanità 4.0 o E-Health rappresenta una risorsa vincente per garantire ai cittadini l’offerta di servizi sanitari di eccellenza attraverso l’implementazione di nuove tecnologie, per migliorare la qualità dell’assistenza, garantire la continuità delle cure, contenere la spesa e contribuire all’economia. Tra i vari strumenti della Sanità 4.0, durante l’emergenza Covid 19, la telemedicina è stata uno strumento prezioso per la gestione ed il monitoraggio dei pazienti, ma in Italia rischiamo di limitare la telemedicina alla video-chiamata con il medico, mentre sarebbero numerosi i veri vantaggi di una medicina predittiva basata su Intelligenza Artificiale (IA) e big data.

Il primo passo per innovare consiste nel comprendere quale sia la situazione di partenza, ossia il contesto socio-culturale ed il livello attuale di digitalizzazione dei processi dell’organizzazione, ma poi sarà necessario un progetto più globale e multidisciplinare di sanità digitale. Rispetto al contesto socio-culturale, il rapporto Digital Economy and Society Index (DESI) 2022 riporta un dato abbastanza significativo: oltre la metà dei cittadini italiani non dispone neppure di competenze digitali di base e questo ci colloca al 18° posto sui 27 Stati membri dell’Unione Europea. Il digitale, quindi, potrà davvero essere innovazione solo se l’alfabetizzazione digitale coinvolgerà non solo chi eroga il servizio sanitario, ma anche il destinatario di quel servizio, affinché l’uso di un linguaggio con termini troppo tecnici ed inglesismi non diventi un ostacolo all’accesso alle cure che passa anche attraverso la prenotazione di un servizio digitale. Il cittadino deve essere coinvolto come l’altro protagonista importante nel processo di transizione digitale e di comunicazione nel nuovo ecosistema insieme ai professionisti della salute per evitare che risvolti etici, legati all’implementazione digitale, possano diventare drammatici.

Per quanto riguarda i sistemi organizzativi, l’analisi del contesto ci porta a fare almeno qualche considerazione: l’invecchiamento della forza sanitaria è in rapido aumento; molti professionisti non sono nativi digitali e questo rappresenta un problema nell’acquisizione di nuove competenze; secondo l’OMS gli investimenti in formazione digitale negli ultimi 5 anni sono stati insufficienti; il 73% del personale sanitario si oppone all’uso e all’introduzione di nuove tecnologie, non solo per inerzia, ma anche perché, per un certo periodo, le vecchie procedure continuano a viaggiare parallelamente alle nuove, generando, di fatto, un carico di lavoro supplementare, perché il lavoro è tanto, si va sempre di corsa e spesso i progetti vengono modificati in itinere. Un altro aspetto fondamentale è che, in particolare, i corsi di laurea nelle discipline sanitarie e le scuole di specializzazione, anche se di ottimo livello sotto il profilo medico, sono ritenute ancora inadeguate per tutto ciò che riguarda la formazione digitale. Questo significa che il digital divide in ambito sanitario non è solo un problema delle generazioni mature, ma rischia di permanere nel futuro delle professioni sanitarie.

Cosa si può fare? Risponde il Dott. Carmine Ciaralli, Dirigente delle Professioni Sanitarie tecniche presso l’INMI L. Spallanzani di Roma.
In un sistema, come quello sanitario, che deve produrre servizi per la tutela della salute e del benessere dell’individuo, urge mettere le persone e le competenze al centro del processo di innovazione tecnologica. Questo il razionale della Componente 2 della Missione 6 Salute del PNRR che si fonda su investimenti specifici per lo sviluppo delle competenze tecniche, professionali, digitali e manageriali del personale sanitario. Ciò implica che sarà opportuno introdurre, sia nella formazione di base, sia in quella post base e in ambito di ECM, materie afferenti all’Information and Communications Technology (ICT) per permettere a tutti i professionisti, di qualsiasi età, di saper, non solo usare, ma anche progettare l’uso delle tecnologie. C’è, poi, anche un’altra questione: quella della formazione da un punto di vista psicologico e della relazione con il paziente, in modo da umanizzare anche “la relazione a d8istanza”. Ci sono cose che non possiamo insegnare ad una macchina e che nessun algoritmo potrà mai riportare in una sequenza matematica, neanche nella più complessa: capacità di comprendere, utilizzare e gestire le proprie emozioni per comunicare in modo efficace, entrare in empatia con la persona. La tecnologia non sostituisce il fattore umano, anzi, lo agevola, poiché, sollevando il professionista sanitario dall’adempimento di una buona parte delle operazioni burocratiche di routine, permette di mettere al centro la relazione con il paziente. I manager e le istituzioni devono valorizzare ed implementare la qualità delle relazioni, riconoscendone in termini operativi il tempo all’interno della prestazione, se non vogliamo ridurre le persone a semplici variabili di un’equazione matematica all’interno di un algoritmo; se non vogliamo demotivare i professionisti, nella loro attività quotidiana e, soprattutto, se non vogliamo privare pazienti e professionisti di ciò che conta di più per il raggiungimento del successo di qualsivoglia percorso diagnostico, terapeutico e assistenziale: il rapporto di fiducia e di collaborazione”.

Che ruolo ha la E-leadership?
“L’innovazione digitale deve essere un obiettivo di programmazione istituzionale e poiché riguarda le scelte strategiche, il problema della digitalizzazione in sanità investe soprattutto la sfera dirigenziale. La e-leadership si realizza attraverso il coinvolgimento degli operatori a tutti i livelli: istituzionale, amministrativo, gestionale, medico e scientifico, in modo che tutti condividano i medesimi obiettivi e agiscano in sinergia per il loro raggiungimento. Altro aspetto che riguarda una buona gestione delle risorse umane è che non si può dissociare il benessere del lavoratore da quello del paziente e che la carenza di personale non deve portare a togliere tempo alla formazione, compreso quello per l’affiancamento dei neoassunti”.

Competenze digitali vs età del professionista sanitario. Quali i punti di forza e quali le criticità?
“I lavoratori anziani, essendo meno abituati all’uso delle tecnologie, tendono a lasciare questo aspetto ai colleghi giovani, mantenendo la parte di lavoro più fisica e manuale. A fronte di questo, i punti di forza delle vecchie generazioni risiedono nell’esperienza, nella conoscenza del lavoro, nella capacità di insegnare ai giovani. La creazione di un team misto può rappresentare una valida opportunità per la collaborazione tra senior e junior e per il trasferimento intergenerazionale delle competenze che è fondamentale: la “contaminazione” di conoscenze e di esperienze rappresenta sempre un valore aggiunto e un propulsore per la crescita”.

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