martedì, Agosto 16, 2022
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Curiamoci di chi ci cura: la Salute degli operatori sanitari a due anni dall’inizio della pandemia

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Anna Di Gisi
Anna Di Gisi
Direttore delle Attività Teorico - pratiche e di Tirocinio CdL Infermieristica dell'Università degli Studi della Campania "Luigi Vanvitelli" presso la Sede formativa dell'AORN "S.G. Moscati" di Avellino; docente a contratto di Scienze infermieristiche generali, Teoria del Nursing ed Organizzazione della professione infermieristica.

Il 56 per cento degli operatori sanitari impegnati a fronteggiare il Covid – 19 soffre di ansia e il 41% di burnout e depressione. Sono questi i numeri che emergono da uno studio condotto dall’Università di Verona, che ha valutato l’impatto psicologico provocato dalla pandemia sul personale sanitario. E la categoria più colpita è certamente quella degli infermieri impegnati 24 h su 24 h non solo ad assistere i contagiati nei reparti di degenza e nelle terapie intensive, ma anche sul territorio nell’effettuazione di tamponi e nella campagna vaccinale. Segni e sintomi raramente visibili quelli dell’ansia e della depressione, ma che segnano, spesso in maniera irreversibile, chi li porta addosso. E in piena quarta ondata, i numeri relativi al “malessere psicologico” degli operatori sanitari sono destinati a salire.

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Gli operatori sanitari impegnati in prima linea ad affrontare la Pandemia in corso sono inevitabilmente i più esposti al disagio psicologico nonché all’esaurimento emotivo considerato che, oltre a dover garantire le necessarie cure ed assistenza, vivono costantemente con la paura di essere colpiti loro stessi dal virus. Il disturbo più presente è quello da stress post-traumatico. In Italia uno studio trasversale su 1.379 operatori sanitari ha mostrato come l’età più giovane e il sesso femminile siano maggiormente correlati a reazioni avverse, con sintomi di stress post-traumatico nel 49,3% degli intervistati, grave depressione nel 24,7%, ansia nell’8,2%, insonnia nel 19,8% e stress percepito elevato nel 21,9%.

In Spagna invece, è stato condotto un sondaggio online su 1.422 operatori sanitari (dei quali 1.228 erano donne), dimostrando come l’esaurimento emotivo e la depersonalizzazione (percezione alterata di sé e dell’ambiente) contribuiscano al disagio psicologico, mentre la resilienza e la realizzazione personale possono essere fattori protettivi, con sintomi di disturbo da stress post-traumatico nel 56,6% degli intervistati.
Negli Stati Uniti inoltre, durante un picco di ricoveri ospedalieri è stato somministrato a 657 medici e infermieri un sondaggio web, il quale ha mostrato che gli infermieri e gli operatori sanitari avanzati in particolare stavano vivendo una situazione di disagio psicologico, con il 57% di loro che avevano punteggi rappresentanti per stress acuto, il 48% per i sintomi depressivi e il 33% per i sintomi di ansia.

Una revisione sistematica e una meta-analisi volte ad esaminare la prevalenza di depressione, ansia e insonnia su 33.062 operatori sanitari che hanno partecipato a 13 studi trasversali prevalentemente effettuati in Cina, hanno mostrato come il sesso femminile e gli infermieri mostrino tassi più elevati di sintomi affettivi rispetto al sesso maschile e ai medici, con una prevalenza di sintomi di ansia e depressione superiore al 20% e una prevalenza di disturbi del sonno del 38,9%.
Infine, uno studio di follow-up condotto in Messico su 204 operatori sanitari in prima linea ha confermato il fatto che la preesistenza di sintomi quali ansia/depressione e depersonalizzazione possano contribuire allo sviluppo di sintomi di disturbo da stress post-traumatico negli operatori sanitari di prima linea durante un picco di ricoveri ospedalieri di pazienti con Covid-19. Inoltre, mentre una resilienza esistente gioca un’influenza protettiva, il burnout persistente può contribuire ai sintomi di depersonalizzazione e di stress acuto.

Un ulteriore dato da considerare è che durante le pandemie i fattori di rischio per la comparsa di reazioni psicologiche avverse possono essere correlati sia al contesto che ai fattori individuali. In particolare, durante la pandemia da Covid-19 tra i diversi fattori correlati allo stress e al burnout sono stati identificati la carenza di personale adeguatamente formato, le limitate risorse e presidi a disposizione, le minacce di esposizione al virus, turni lavorativi più lunghi, interruzioni del sonno e squilibrio tra la vita professionale e il carico di lavoro. Per quanto riguarda invece i fattori individuali correlati al disagio psicologico, i principali fanno riferimento all’età, al sesso e all’occupazione.
La risposta psicologica degli operatori sanitari alla pandemia in corso quindi risulta essere alquanto complessa e soprattutto influenzata da molteplici fattori che hanno contribuito ad alimentare la propria vulnerabilità, l’incertezza e la paura per la propria salute e quella dei propri familiari, per la diffusione incontrollata del virus, e per le costanti modificazioni che la stessa continua a determinare costringendo a rivedere ruoli e relazioni, ma anche percorsi, procedure e protocolli nonché l’organizzazione della propria vita professionale e personale.
Gli ospedali stessi, infatti, si sono trasformati in nuove realtà di accoglienza, con intere unità operative smantellate per essere riconvertite all’occorrenza in reparti Covid a bassa, media ed alta intensità.

E la capacità di resilienza degli Operatori sanitari durante questa pandemia è stata straordinaria e senza precedenti, nonostante in questi 2 anni si siano spinti più volte oltre i loro limiti, talvolta compromettendo anche il loro benessere e sottostimando i propri bisogni. L’incertezza è stata una compagna di vita costante e non desiderata sin dal primo giorno della diffusione del contagio, determinando disorientamento ed incertezza del futuro. Durante i primi mesi hanno dovuto convivere quotidianamente con la paura di affrontare qualcosa di sconosciuto, non solo da un punto di vista clinico – assistenziale ma anche epidemiologico, navigando talvolta a vista, con l’esperienza fatta sul campo ed apprendendo giorno per giorno dai pazienti stessi. Un momento quello che è stato anche definito come “sospeso”, segnato da ritmi lavorativi frenetici, estenuanti ed esasperanti, dalla stanchezza e dalla solitudine oltre che dall’impossibilità di poter soddisfare anche i bisogni più elementari quali la fame e la sete poiché “intrappolati” per ore all’interno delle tute protettive e dei DPI.
Oggi, a due anni di distanza, e con una situazione pandemica ancora in atto, è indispensabile quantificare il rischio e l’entità dei sintomi psicologici degli Operatori sanitari ancora impegnati a contrastare il Covid – 19.

Ed è proprio per sostenere e supportare gli operatori sanitari a superare lo stress da superlavoro da Covid -19 è nato il programma “Curiamoci di chi ci cura”, promosso dalla David Lynch Foundation, con sede a Lucca, ma già attivo come “Heal the healers now” negli Stati Uniti presso il New York-Presbyterian/Weill Cornell Medical Center. Il Programma si propone di aumentare la calma interiore e accrescere la resilienza, ridurre lo stress, fronteggiare le pressioni, curare il burnout, prevenire l’ansia, le tensioni emotive e le situazioni di futuro malessere. Evitando che quest’ultime lascino segni indelebili, attingendo (in maniera naturale e senza sforzo) alle risorse interne che ciascuno di noi possiede e rafforzando le capacità di recupero.

Il metodo utilizzato, la meditazione trascendentale, risulta essere facile da apprendere e praticare in quanto induce ad un rilassamento profondo, determinando una condizione neurofisiologica unica in grado di combinare un profondo riposo metabolico con una maggiore prontezza mentale.
Il progetto, realizzato grazie al finanziamento della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca, con la consulenza scientifica della Scuola IMT Alti studi Lucca,, e destinato agli ospedali di Lucca e provincia (la città ospita la sede della fondazione e delle sue attività) ha già seguito ad oggi oltre 60 persone.
Al momento sono attivi sette corsi di riduzione dello stress attraverso il metodo della meditazione trascendentale, scientificamente validato e lo studio pilota condotto negli Usa sui medici del Pronto soccorso ha riscontrato una rilevante riduzione del burnout (già prima della pandemia, un rapporto di Harvard aveva definito l’esaurimento o crollo emotivo del personale medico un rischio per la salute pubblica che richiede con urgenza un’azione) dell’insonnia e dei sintomi da stress post-traumatico già dopo un mese dall’adesione al programma.

“Curiamoci di chi ci cura” insegna agli operatori sanitari italiani una metodica alla quale ricorrono oltre 10 milioni di persone nel mondo appartenenti a qualsiasi ambito professionale. Il metodo, una volta acquisito, può essere attuato in modo autonomo, e si sposa anche con i ritmi di lavoro particolarmente elevati a cui le persone vanno incontro in periodi come questo.
Nel corso di una videoconferenza che ha avuto con gli operatori sanitari, lo stesso Lynch ha spiegato gli ottimi risultati ottenuti in poco tempo: più rilassamento, meno ansia e stress, più energia, mente chiara con maggiore capacità di osservare, capacità di disinnescare fattori di tensione. “Ragione per cui, ha proseguito il regista, abbiamo ideato la campagna “Un’azienda, un ospedale”: si pensi ad un’azienda che finanzia per aiutare il personale di un ospedale ad affrontare lo stress tossico. Che importante servizio questa azienda renderebbe all’intera comunità e che grande fiore all’occhiello sarebbe per quell’azienda”.

La protezione della salute mentale degli Operatori sanitari richiede la massima attenzione da parte del Sistema sanitario nazionale anche alla luce dei finanziamenti del PNRR. E questa deve divenire una delle priorità della salute pubblica del nostro Paese, sostenere la spina dorsale che oggi ci cura e ci assiste allo stremo delle forze e con pochissime risorse a disposizione.

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